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Segni e dis-segni (Un angelo-mamma, insomma maestra!)

In alcuni momenti particolarmente critici della mia biografia, mi sono sentito disarcionato dalla sella della lingua, dal trono della lettera. Dalla parola e dalla frase. Mi sono sentito precipitare negli inferi del segno.
Mi sono trovato a scarabocchiare fino a vedere emergere un di-segno dalla tribolazione della mano.

Ho parlato di inferi a proposito di qualcosa che altri indicano come il paradiso celeste. Il regno del segno e del di-segno. Della forma e del colore.

Ho parlato di inferi perché nel mio vissuto infantile il disegno è stato qualcosa di penoso.
Oggi capisco quanto il mondo della figurazione e del disegno tocchi l’inconscio più direttamente di quanto possa fare il linguaggio parlato. La lettera, o semplicemente il segno.
Non a caso la sede della forma di scrittura più arcaica è stata l’ideogramma. Arcaica ma efficace in quanto investe il solo corpo senza passare dalla soglia misteriosa della gola. Il “Chakra” che oltre alla fonazione, pare che presieda al pensiero. O comunque vi partecipi, se è vero che quando pensiamo muoviamo la laringe.

Nella pedagogia steineriana si conduce il bambino a disegnare prima che a scrivere. Lo si accompagna per mano a ripercorrere il cammino dall’ideogramma all’alfabeto con le sue magie.
Al di là di ogni plausibile motivazione a questa scelta, esploro nella mia memoria biografica il significato di questa possibile modalità.

È ancora impresso nel mio corpo la memoria dolorosa del disagio provocatomi dalla scolarizzazione.
La mia mano era contratta, imprecisa e tremolante. Incontrollabile. Una battaglia quotidiana contro le macchie e le sbavature. L’orrore delle “orecchie” agli angoli delle pagine di libri e quaderni. Minacce alla deperibilità della carta…!
Avevo difficoltà, ero impossibilitato ad effettuare tratti precisi e armoniosi come quelli che mi tracciavano a modello…
La mano di quell’angelo-mamma, insomma maestra.

La mamma aveva studiato calligrafia. Steno-dattilo e contabilità. Aveva studiato in un istituto professionale femminile. La sua voce era compiaciuta quando ne pronunciava il nome. Scandito in tre. Come un passo di valzer. L’istituto era intitolato a… Laura Solera Mantegazza. Come vedete ne trovate la traccia anche in rete!

Istituto professionale femminile Mantegazza

Pare che mentre la frequentava la mamma, in visita alla scuola, fosse arrivato anche il Duce. Che non nascose il suo compiacimento.

Prima della guerra la mamma aveva saputo fare di tutto nell’ufficio di una ditta tedesca.
Dopo i bombardamenti deve aver continuato qualche anno ancora, prima di sposarsi.

La sua mano non era elegante ma sapeva tracciare caratteri rotondi ed eleganti. Inclinati dalla parte giusta.
Delle sue mani ho già parlato. Erano quelle di… Quando la signora Pazienza impastava la pizza!

La mia mano invece non era… pronunciamo questa terrifica espressione… “come quella di tutti gli altri!”. Sì, l’inferno era tutto lì! Non sentirsi come tutti gli altri. La mia mano era anomala e goffa!

Ma chi ha mai saputo come, cosa sentano o cosa facciano gli altri? Certo, ai miei occhi i loro tratti non erano così sospetti.
La mia rotondità risultava sempre ammaccata. La linea retta sistematicamente tremolante e male inclinata. Un vero supplizio.
Riuscire poi a tenere insieme il controllo della mano e l’intelligenza della parola era uno sforzo sovrumano.
Non ho mai imparato a scrivere come voleva mia madre.

Dovetti subire così la disfatta. Fu una catastrofe. La prima. La madre di tutte le altre. I primi due anni di scuola.
Il mio organismo soccombette. Mi venne la febbre. Dignitosa reazione, difesa che mi regalò però il peggiore dei supplizi: il ricovero in casa. Il padre di tutti i supplizi a venire.
Venivo privato del bene più grande: il soggiorno nel parco. La partecipazione diretta alla scena della creazione.

Non lo sapete? Il mondo è lì che si crea, giorno per giorno.
Nel giardino dell’Eden? Ma no, devo proprio spiegarvi tutto!
Al parco Solari!
Tutti gli abitanti di via Savona, Tortona, Montevideo e Valparaiso a Milano lo sanno! Ma anche negli immediati dintorni.

Dove non accennava a perpetuarsi la creazione era solo nelle mie mani. Pietose!
E da queste mani, da questo sguardo pietoso, riesco a chinarmi oggi e ricominciare a tracciare le lettere che compongono le parole.
Le traccio con la penna, il pennino, persino il pennello.
Sto prendendo un po’ di distanza dalla video-scrittura.
Ve ne siete accorti che pubblico meno?
Sono più sereno così. Certo, quel che manoscrivo, per ora, devo tenerlo per me. Mi è prezioso a curare l’antica ferita.
Se è vero che curiamo con le nostre ferite…!

Quaderno di scuola

2 pensieri su “Segni e dis-segni (Un angelo-mamma, insomma maestra!)

  1. Che dire?!….se davvero vero che “curiamo con le nostre ferite”, allora la nostra cura è la più eccellente e accorta…poiché le ferite sono infinitamente tante!
    Un bell’abbraccio a te, caro Francesco, e a noi tutti che proviamo a costruire giorno per giorno il mondo, nel “parco” dei nostri intelletti e dei nostri cuori. r

    1. Grazie dell’attenzione, cara Rita! Si, con tutte le ferite che abbiamo da curarci, come minimo un titolo di infermiere professionale ad honorem lo meritiamo tutti!
      Almeno tutti quelli che riconoscono di soffrire per le proprie ferite!
      Ci sono ancora molti aspiranti super-Eroi!
      A loro comunque i nostri migliori incoraggiamenti. Tra le nostre fila comunque un posto non manca mai!

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