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Dove si nasconde il tempo libero. O, come lo si ammazza?!

Tempo libero

I miei lettori lo sanno. La mia carriera accademica non è stata esemplare. Non me ne vergogno e non ho mai fatto nulla per occultare o correggere questa fragilità.
È forse il segno di un percorso accidentato che la vita mi ha proposto. Ho sempre cercato di percorrerlo con umiltà e determinazione.

Non c’è forse tratto del percorso che, nel suo complesso, mi abbia dato poco quanto gli anni degli studi in Università cui ho già dedicato paginette eloquenti.
Ma tra i ricordi dei libri che lessi in quegli anni, di tanto in tanto, mi capita di evocare un saggio di sociologia di Roberto Guiducci. Wikipedia lo definisce un poeta urbanista e non dà traccia di quel libro tra le sue opere. Lo lessi per un esame di sociologia.
Il titolo non lo ricordo. Ricordo solo il tema.

Già dalla metà degli anni ’70, si prevedeva l’imminente aumento del tempo libero nella vita delle persone.
Seguendo il filo della tradizione sociologica del Socialismo si rifletteva sul fatto che la società industriale capitalistica produca sempre più merci in tempi sempre più brevi.
Una società era pensata efficace se si mostrava capace di produrre beni in tempo di lavoro e dispendio sempre minori.
Di qui il fenomeno del consumismo e, estrema appendice annunciata da questo saggio, la previsione di una giornata lavorativa sempre più breve.
Su questa prospettiva ho scherzato qualche anno fa riprendendo una barzelletta eloquente dello spirito di quegli anni.

Io alla sociologia, se devo essere franco, non ho mai riservato un posto privilegiato. Tutt’ora non mi è chiaro quale sia il suo specifico disciplinare. Faccio fatica a distinguerla della Antropologia. Lo dico solo per giustificare eventuali ingenuità tra quelle che sto per comunicare.

Quindi i sociologi, già dagli anni ’70, profetizzano l’avvento dell’epoca del tempo libero.
Sarà vero? Si è avverata nel frattempo questa previsione?
Mi è difficile, di primo acchito, rispondere.
Ho a che fare quotidianamente, anche nell’esercizio del mio lavoro, con persone che invece sono sempre più impegnate nella vita quotidiana.
Se quella previsione si è avverata, dove si nasconde il tempo libero?

Partiamo dai bambini. Quelli che, ai tempi della mia infanzia, come me, passavano il tempo libero a giocare in un cortile: i cosiddetti giochi da cortile!
Ora anche i bambini hanno una agenda piuttosto fitta e spesso non facile da gestire.
Vanno in piscina, nei campi sportivi. Studiano lingue ed esercitano il loro talento in appositi laboratori artistici di vario genere: musica, danza, pittura spontanea e quant’altro.

Analogamente gli adulti, hanno una esigenza sempre più pressante di fare qualcosa d’altro, nel tempo libero, per dare una risposta all’inquietante enigma che si enuncia nella domanda: che senso ha la mia vita e chi sono veramente io?

Gli antichi miti offrono tutte le varianti di questa domanda di senso. Siamo è sensibili all’esortazione: “Conosci te stesso“.
Si fa Yoga, meditazione, Shiatzu o Tai-chi. Si studiano lingue esotiche o meno. Si scoprono talenti inespressi, sopiti.

Una considerazione ancora mi inquieta.
Anni fa, considerandomi ora in regime di semi-pensione, facevo meno fatica a gestire la mia agenda pur lavorando molto di più.
Come mai? Ma dove si nasconde, dove si mimetizza il tempo libero?
Forse il tempo libero è quello che dopo il lavoro che ci dà da vivere, spendiamo facendo girare un nuovo girone del mondo economico e lavorativo.
Fare buon uso del tempo libero è diventata una nuova occupazione?
Oppure offrire proposte per il tempo libero è una nuova risorsa.
Molti giovani disoccupati, soprattutto intellettuali, trovano impiego così.
Anche il mondo della grande comunicazione, televisiva e variamente spettacolare, ha come obbiettivo quello di rivolgersi al consumo del tempo libero.
Una fetta davvero cospicua della economia di mercato, si rivolge al consumo di tempo libero.

Psicologia dell'ozio

Che strano! Io negli anni ’70 la società del tempo libero me la immaginavo molto diversamente.
Pensavo ad un regime dell’ozio. Ad uno spazio sacralizzato all’esercizio della nobilissima Accidia. In proposito ho diligentemente compilato un quaderno. Ed altri sento l’impulso di dedicarne in futuro.
Ma invece del regno dell’ozio e dell’accidia, invece del regime del Flaneur, mi ritrovo in un mondo di persone super-impegnate.

Chi ha troppo lavoro e chi non ne ha affatto. Come per il denaro.
Chi lavora per rispondere alle domande del tempo libero.
Chi cerca di occupare sempre più forsennatamente il tempo libero.
La domanda allora diventa: Ma dove è finito il gioco? Da cortile o meno.

Si producono memorie informatiche sempre più potenti.
Già dal mitico 1995 abbiamo le risorse per realizzare la comunicazione in tempo reale che, come suggeriva MacLuhan trasforma il pianeta in un villaggio globale. Ma da allora le risorse non smettono di crescere. Forse in modo mostruoso.
Già molti anni fa chiesi ingenuamente ad un tecnico di computer “Ma a cosa serve tutta questa memoria?”. E la risposta fu lapidaria e memorabile, sonora: “Tutta questa memoria serve soprattutto ai giochi!”. Quando gli adulti giocano dalla tastiera del PC!
Davvero?

Noi rimproveriamo ai ragazzi di perdere tempo con computer e simili ma siamo noi adulti ad impiegare tanta memoria per l’esercizio di giochi che sono un po’ diversi dai giochi da cortile! Ai bambini basta la play-station. Che per altro, mi pare, non disdegnino molti di noi adulti.

Non sono così banale e moralista da pensare che forse erano migliori i giochi da cortile.
Penso che abbiamo quel che ci meritiamo.
A ciascuno i propri giocattoli.
Quelli che il bambino Gesù reca nella notte di Natale. Quel che ci siamo meritati. Anche se, lo sappiamo, il bambino Gesù è sempre di manica larga.

Ed io che faccio? Io che, da figlio unico in famiglia piccolo-borghese, ero nel cortile ma giocavo spesso da solo o non giocavo affatto. Correvo in bicicletta scappando chissà da cosa e da chi. Mi perdevo nei miei pensieri e mi annoiavo.

Cerco di giocare oggi. Scrivo queste paginette e mi chiedo se è un lavoro o  una attività del mio tempo libero.
Mi chiedo se sto lavorando o giocando, ma ho smarrito questo confine.

Fortunatamente la risposta a questa domanda che pure non smette di ripresentarsi meccanicamente, l’ho trovata e condivisa da molti anni in una paginetta dal titolo: Il lavoro è gioco. E più recentemente i miei amici e compagni di strada della Rivista di Psicologia Analitica hanno titolato l’ultimo numero “Il Gioco è Realtà”.
E le radici di questa risposta sono antiche quanto la civiltà moderna. Affondano nella tradizione umanistica che Goethe e Huzinga indagano con tanta solerzia.

Viene allora da chiedersi se avessero ragione i sociologi degli anni ’70.
Non sono in grado di rispondere perché, come già dichiarato, non sono nemmeno sicuro di sapere cosa sia la sociologia ma una considerazione mi appare evidente.

Che la società del tempo libero io me la immaginassi in modo troppo ingenuo è fuori discussione.
Ma c’è una grossa ingenuità anche nei sociologi se non sono stati in grado di prevedere come il tempo liberato dal “sacrosanto lavoro che ci dà il pane quotidiano” diventasse non “libero” ma il campo di una ulteriore intensificazione dei ritmi di vita. L’occasione del consumo e dell’offerta di nuovo lavoro.

Per questo, forse, nessuno ha più tempo per niente!

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