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Stirare la maglia col calore del cuore

Namastè

Posso capire che il mio paziente lettore attenda da ormai tre paginette di sapere cosa diamine io sia andato a fare quel martedì sera in corso Como… ma lo stesso paziente lettore dovrà comprendere che anche il paziente scrivente voglia saper qualcosa. Magari qualcos’altro.

Confrontiamo allora lealmente le aspettative di questi due qualcosa.
Ai tempi in cui ancora mi ponevo come formatore ed insegnante di scrittura creativa indicavo ai pazientissimi candidati che non si scrive per distribuire un sapere.
Si scrive per sapere qualcosa di più dell’oggetto della narrazione.
In parole più semplici, che cosa diamine io sia andato a fare quella sera vorrei saperlo anch’io e non sono oggi sicuro di saperlo.
Certo, come recita l’indimenticabile “Ecce Bombo”, l’”Ecce Homo”cui la nostra epoca può aspirare…
Come recita il giovane Moretti:

[quote align=”center” color=”#999999″]Vedo gente, faccio cose[/quote]

Espressione affidata elegantemente al discorso di uno dei suoi più caratteristici personaggi.
Certo, ognuno di noi vede gente e cerca di fare qualcosa. Il punto sta nella definizione di questo qualcosa.

Già il mio filosofo prediletto, Ludwig Wittgenstein, si era fatto una domanda  del genere. E ha perseguito fino alle estreme conseguenze l’insistenza di tale domanda. Ne è stato schiavo lungo tutto il corso della sua vita tormentata.

Che cosa facciamo? Che cosa andiamo a fare o, come dicono lapidariamente i romani:

[quote align=”center” color=”#999999″]che stiamo a fare?[/quote]

Analogamente, sempre i romani soggiungono che quel qualcosa che non siamo ben sicuri di sapere cosa sia, però, si fa!

[quote align=”center” color=”#999999″]Se fà”Se fa[/quote] insistono e per i più dubbiosi precisano

[quote align=”center” color=”#999999″]Se po’ fa[/quote]

Si può fare!

Eccola qui la magia della cosa che si fa davanti al dubbio di poterlo sapere. Non si sa ma si fa! E, l’ho sostenuto a gran voce, “Nessuno sa quello che vuole”e tantomeno lo fa!

Proprio quello che i genitori, per tutta l’infanzia hanno cercato di insegnarci. Ci hanno tormentato di istruzioni su quanto si può fare e su quanto è meglio non fare.
È ora di occuparsi non solo della educazione dei figli, ma, ovviamente, anche della propria.
Educazione ma anche della mal-educazione di noi stessi.
L’educazione lavora, procede. Ma procede e risponde in modo uguale e contrario la maleducazione!

Ho appena dichiarato che ho l’impressione di vivere in un mondo in cui non la si smette mai di frequentare  corsi.
Una volta li indicavano preventivamente come funzionali all’aggiornamento. Oggi non ce n’è più bisogno. Ancora, ripetiamolo: si fa, si fa! Si può fare!
Ed io ho cercato di farlo.

Così ho deciso di rispondere all’invito di un vecchio compagno ed amico ed ho preso quel taxi. Ho incontrato l’amazzone di tassista di cui abbiamo già detto e ho raccontato al lettore da quale lontananza del tempo provenisse  il compagno.
E qui collocherei la mia domanda. La mia aspettativa di sapere. Quella che sto esprimendo nella scrittura di questa paginetta.
Si scrive per sapere. Si scrive per cercare. Non per distribuire le banconote appena prelevate dal Bancomat del sapere. La biblioteca di Babele! Wikipedia o Treccani.

La mia domanda allora può suonare così.

Ognuno di noi frequentando corsi e vivendo la vita, recandosi alla messa o dallanalista, recitando mantram o meditando, ci riesce a cambiare?
Ad essere qualcunaltro o/e a realizzare qualcosa.

Sul valore preposizionale della risposta io non ho dubbi.
La mia risposta è “No!”ma, occorre operare qualche precisazione.
Ognuno di noi, facendo tutte quelle cose e vedendo tutta quella gente, non diventa migliore o accede a qualcosa.
Se le cose vanno nel migliore dei modi, resta sé stesso.
Se avviene il miracolo che, mi pare sia offerto a me in questi mesi, si sprofonda in sé stesso. Ogni anno, ogni mese ed ogni giorno di più!
O semplicemente vi precipita. E riesce ad avere la buona grazia di non opporre resistenza a questa salutare caduta.
Caduta. Precipitazione. Ma salutare!
La caduta delle illusioni è sempre salutare.
Certo, ogni caduta è potenzialmente pericolosa.
Se si cade ci si può far male. La precipitazione può contundere o ferire.

Ma soprattutto cadere in sé stessi significa rinunciare a voler essere, diventare altro. Anche nel caso in cui si aspiri ad una maggiore sapienza, moralità, bellezza e quanti altri obbiettivi possa  eleggere il desiderio umano.

Avviandomi in corso Como, quella sera a Milano, io inseguivo la mia riflessione su quanto e come io e il dottor Gino, dopo tanti anni, fossimo ancora simili e quanto fossimo cambiati.
In questo senso l’incontro con il dottor Gino è un incontro a tinte forti.
Da subito, ritrovandolo sul social-net i mesi scorsi, mi erano saltati all’occhio alcune impressioni. Tutte riconducibili alla categoria dei processi polari.
Nessuna sfumatura di grigio. Bianco e nero a forte contrasto.
Il dottor Gino è davvero cambiato nell’abito e nelle frequentazioni. Io al confronto molto di meno.
O forse, io, in cose diverse.
Lui oggi frequenta la vita notturna.
Mi pare che, dopo l’ospedale (è psichiatra in una istituzione a Milano) frequenti palestre e discoteche.
Non ne fanno misteri le immagini ricorrenti sulla sua bacheca di Fecebook.

Io invece, continuo a ripeterlo e a perfezionare quest’arte, mi muovo sempre meno da casa e vedo sempre meno persone.
Faccio meno cose e vedo meno gente.
Sono meno Moretti e sempre più Pazienza.
Corro dietro al sapere e alla bellezza in modo sempre più astratto, direte voi.
Sublime, preciso io.

I fatti parlano chiaro. Il doppiopetto, camicia e cravatta sono scomparsi dall’abbigliamento del dottor Gino.
Sono stati rimossi o rubati e al loro posto sono subentrati gli indumenti sportivi. Quelli da sera, certo, non certo quelli da palestra degli anni 60 che prediligo io.
A dispetto del mio amore per l’innovazione, per il futuro, non disprezzo esercitare fedeltà e costanza.
Cerco l’eterno, ma vengo dagli anni 50. Immortalatemi così. Con la memorabile tutina. Con la felpa del maratoneta. Con la sua salvietta calda, bagnata, sul viso.
Ristoro per l’invisibile corona di spine che non smettiamo di indossare.
E quella non è che ce la sfiliamo la sera e la sbattiamo in lavatrice prendendone una fresca e pulita il mattino dopo.

No! Quella la indossiamo da quanto precipitiamo nel mondo. Per l’”inconveniente di essere nati”.
Per quella non c’è corso dell’anno o del tempo.
Nemmeno in corso Como mi è parso!

Ma tornando alla tuta, salta all’occhio che il dottor Gino abbia optato per una tuta da palestra ma anche da discoteca. Una cosa che in molti sfoggiano anche la sera.

Ma tu, caro Pazienza…?
Da te non me lo sarei mai aspettato!
Anche tu coi pantaloni della tuta?
Il torace, nell’abbigliamento, mantiene una sua fedeltà al passato. Il maglione e la polo grosso modo sono gli stessi.Polo

Ma fino a pochi anni fa ti premiavi indossando qualche camicia in più. Quelle che si stirano col ferro e che d’estate, col caldo ti dispiace che qualcuno ti debba stirare. Qualcuno deve perdere tempo e prender del caldo per stirar le camicie.

Perché tu ti vuoi far bello!

Va bene la polo e, spesso, ti piace che ti si stiri addosso. Che prenda la forma del corpo. Ci pensi tu a stirarla col calore dei muscoli pettorali, quel po’ di addominali, ma soprattutto ti piace…

Stirare la maglia col calore del cuore

col caimano che dalla maglia

ti rosicchia giù,  fino al cuore

E mi sorprendo spesso in operazioni che spesso implicano distorsioni polari.
Ma io sono arrivato molto lontano da dove son partito!
Oppure: certo che non sono cambiato proprio di una virgola.
E analogamente per l’altro.

Per esempio: molti miei colleghi e compagni mi sembra che siano rimasti più fedeli alle idee e ai lineamenti della psicanalisi cui io ho spesso e ripetutamente, se non voltato le spalle, di certo imboccato percorsi trasversali.
In loro invece trovo una maggior fedeltà, perseveranza. Approfondimento, specializzazione. Una sorta di aver messo radici più a fondo. Inizialmente mi è apparsa come impedimento al rinnovarsi. Ora mi appare anche un valore del quale mi sento carente.

Per converso sono felice di aver operato deviazioni, percorsi trasversali. Diciamo che ho fatto un bel po’ di fuori-strada!
Lo yoga e la meditazione buddista, l’Antroposofia steineriana e, immancabilmente, la psicologia del profondo junghiana. In anni in cui l’esercizio del fuori-strada era ben meno incoraggiato e perseguito. Come si dice… in epoca non-sospetta.
La mia deviazione dalla posizione dell’analista verso quella del formatore, dell’insegnante liceale e dello scrivente.

Quanto sei cambiato anche tu, dottor Gino! E come ci siamo apparsi quella sera in corso Como? Abbiamo davanti un altro inverno per raccontarcelo!
Ora il solstizio d’estate impazza e, prima di impazzire con lui, vorrei tirare due conclusioni!

La prima potrebbe enunciarsi con un banale “mai dire mai”!
Mi riferisco alle tute dal ginnastica. Il mio pantalone e la tua tuta, il cappellino con il marchio dei New-yorker!
Il tuo pollice alto nel gesto di Fonzie e le mie mani congiunte nel mudra Namastè! Quello che ho scelto per la testata di questa paginetta!

Ma il punto riguarda la tuta al cui pantalone anch’io, per causa di forza maggiore, mi son convertito! Comodità, indossabilità. Paradossalmente non in funzione di una attività sportiva ma di una limitazione da invalidità difficile da interpretare come diversa-abilità!
Per decenni ho tuonato contro chi indossasse la tuta fuori dagli eventi sportivi.
Ci son cascato anch’io.
Da mesi indosso pantaloni della tuta e questo mi giova ma pesa alla mia onestà intellettuale.
Alla mia estetica e alla mia ricerca di moralità.
Ci tenevo proprio a non “indossare la tuta al posto dei vestiti”, come recita il Diario di Moretti. Ma questa riflessione la riprenderò in una nuova paginetta.

A parte lo scivolone verso il pantalone della tuta comunque, uguale il mio abito ma profondamente mutate le mie prospettive, le credenze, le narrazioni.
Il dottor Gino invece in abiti così drasticamente mutati. Dal doppiopetto alla tuta da discoteca o palestra ma…
Grazie alla nostra conversazione attuale, percepisco in lui lo sviluppo di una riflessione ancora coerente alle linee della psicanalisi all’ombra delle quali ci eravamo lasciati trentanni prima.
Ma di tutto questo monologo interiore in quel paio d’ore in un locale in corso Como in fondo non è trapelato molto nella mia conversazione.
Prima della mezzanotte ci siamo salutati col proposito di ritrovarci a cena la prossima stagione.

Così mi sono ritrovato un po’ prima dello scoccare della mezzanotte nella movida di corso Como e mi sembrava un reato rientrare. Per una sera che esco…
Così un paio di altre cosette significative son riuscito a farle.

Ho acquistato un improbabile caricatore per l’iPhone di colore rosa. Lo sapete vero che quegli oggetti non si acquistano tarocchi dagli ambulanti stranieri? Pericoloso collegarli al computer per fare backup! Vi arriva subito un fonogramma di allerta da Cupertino.
Ma per la ricarica elettrica possono andare. È ormai una figura del vivere contemporaneo il possessore di smart-phone che cerca disperatamente una presa per ricaricarsi…
E poi anche l’ambulante straniero, in un mondo dove nessuno è straniero, tiene famiglia. Magari lontano.
Così con un ragazzo indiano ho combinato l’acquisto senza discutere il prezzo.
Il ragazzo ha capito al volo il mio temperamento e, dopo aver sistemato per bene nello zaino l’oggetto acquistato, mi ha raccomandato di fare attenzione al portafoglio!
Certo, uno che non discute sul prezzo nella movida deve stare attento!
Ci siamo salutati con istintiva simpatia e davanti ai miei occhi si è spalancata una immagine prodigiosa: eccola!

Eataly

 

In effetti me ne avevano parlato in molti consigliando una visita. Così giusto per rendermi conto. Eataly- Milano- Smeraldo! L’ultima volta avevo ascoltato lì Caetano Veloso, l’anno in cui il Brasile vinse il mondiale!
Avevo poco più di un quarto d’ora per farmi una idea. Poi sarebbe scoccata mezzanotte, ora di chiusura. Non ero sicuro del destino delle mie scarpette…

Ma la prima cosa che ho trovato nell’ingresso di questo sontuoso edificio è stato qualcosa di sorprendente. Un mercato coperto con bancarelle e ogni sorta di offerta alimentare.
Non potevo crederci… da una orecchia all’altra mi è sbocciato un sorriso.

Io che da giorni, nella mia reclusione casalinga facevo illazioni su quale momento scegliere per andare a fare la spesa e non mi ero mai deciso…mi sembrava in fondo di avere quasi tutto quello che mi servisse…
Così intorno a mezzanotte in corso Como mi son ritrovato a fare allegramente la spesa.
In effetti mi son contentato di poco… gli altoparlanti comunque esortavano alla conclusione.
Un cestino di ciliegie, due grossi limoni, due barattoli di marmellata speciale: albicocca e arancia. Quella con le scorze amare che mi piacciono tanto!
Ho curiosato qualcosa e alla cassa ho accettato l’offerta di un supplementare pacco di pasta. Una marca del sud. Poco nota ma rinomata!

Così ho ripercorso la movida in senso contrario, raggiante, con la borsa della spesa, sereno e appagato.
La vita riesce ancora a stupirmi!
Ho preso un altro taxi.
Questa volta un uomo. Gli ho raccontato dell’amazzone e nel frattempo mi è tornato in mente un modo di dire che mi aveva riferito un paziente il giorno prima.
Commentando il tutto gli ho indicato come ogni volta che qualcuno punta l’indice verso qualcun’altra, restano comunque altre tre dita che puntano verso di noi.

La cosa è piaciuta al taxista. Ci siamo salutati cordialmente.
Ne posso concludere che quella serata in corso Como, ho cercato di essere fedele ad una indicazione che Rudolf Steiner raccomanda in margine all’itinerario di ricerca dell’Antroposofia.
Raccomanda di cercare in ogni transazione pratica e commerciale l’accesso al registro delle relazioni umane a pieno titolo.
Non ci si scambia solo la merce.
Che ne dite, pazienti lettori?
Ho abusato della vostra pazienza.
Sono rimaste ancora almeno due paginette per una serata in corso Como.
Ve le proporrò la prossima volta.
E grazie, dottor Gino, di continuare a giocare con me questo gioco linguistico!

2 pensieri su “Stirare la maglia col calore del cuore

  1. Quando si lascia fare alla vita non si può non stupirsi di quanto accade intorno a noi e di come quelle che chiamiamo coincidenze,guarda casa che accadono al momento giusto,in realtà siano molto di più di coincidenze.
    E sì credo che Steiner abbia ragione.Un sauto

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